Famiglia, Donne e Comunicazione: le parole fragili

In questi giorni di festa mi sono concessa un po’ di televisione, lo ammetto. Mi sono imbattuta nella storia di Luisa Spagnoli. Una donna che per far “quadrare il cerchio” decise di mandare i figli ad Assisi. Per far studiare i figli occorreva lavorare, per lavorare non si poteva badare alla prole a tempo pieno. Erano i primi anni del ‘900 …non ancora neppure scoppiava la prima guerra mondiale.

Vi assicuro, in questo momento invidio quella donna. Sembra assurdo, ma viveva in un tempo più emancipato del nostro! No? Io oggi per un momento ho pensato proprio di si!

Famiglia Donne e Comunicazione: un linguaggio ancora fragile

Marzia Apice, giornalista per l’ANSA, qualche giorno fa asseriva che “fuori dall’ambito pubblicitario non si è consapevoli della potenza del linguaggio”. Bene la brutta, anzi bruttissima notizia, è che questa consapevolezza manca anche a chi fa comunicazione!

Immaginate l’espressione sul mio viso quando ho visto questo l’altra sera!

comunicazione e donne

E’ la locandina per la comunicazione della Confcommercio di Lucca e Massa Carrara per promuovere i servizi di consulenza alla famiglia (ora rimossa).

Il titolo, e devo dire anche i colori con la scelta del celeste, sono azzeccati. Il Carattere è comprensibile, il colore è tra quelli che rassicurano, ma l’immagine? Completamente distonica!

La Persona, la Famiglia e l’Impresa “dipendono tutte” dal capo-famiglia. Quest’ultimo è uomo, è lavoratore. Nulla di sbagliato se non fosse che “Sua Moglie” non si sa se lavori anch’essa, ma si occupa sicuramente della famiglia e “suo figlio” rappresenta “il suo futuro” e non certo il loro, quello di entrambi.

Coerentemente – secondo questa narrazione – le figure sono progressivamente più piccole e, come abbiamo indicato – sussistono solo perché in relazione all’unico lavoratore.

Dopo diverse segnalazioni la nuova campagna è questa.

servizi alle famiglie

Io direi più centrata. Il soggetto è “La Persona”. Non lei o lui. Il possessivo non è “il suo”, ma “la nostra” .

Famiglia e comunicazione: la presenza della figura della donna

Il linguaggio – verbale e iconografico – è ancora fragile, troppo fragile quando si parla della donna in relazione alla famiglia.

Eppure l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, in inglese OECD, in francese OCDE) ci dice che ne prossimi otto anni il PIL mondiale (prodotto Interno Lordo) potrebbe crescere di ben due punti percentuali se il gap alla partecipazione delle donne all’economia si dimezzasse.

Mai come in questo periodo la comunicazione giornalistica sta dando spazio a titoli ed articoli sulla questione di genere. Si basti pensare, ad esempio, alla “Signora delle interviste” – la giornalista Maria Latella – che sul Sole 24 Ore conduce una seguitissima rubrica dal titolo “Nessuna è perfetta”.  Programma dedicato alle donne e al lavoro. Racconti di donne tra carriera e vita privata, rivisitazione degli errori e consigli a coetanei.

Anche nella stessa Città del Vaticano sempre più donne sono chiamate a ricoprire ruoli importanti. Papa Francesco nei suoi discorsi ha più volte richiamato il ruolo delle donne.

E in ultimo, ma non da ultimo, in Europa abbiamo un tris di Presidenti tutte declinate al femminile: Angela Merkel al Consiglio dell’Unione, Ursula Gertrud von der Leyen alla Commissione e Christine Lagarde alla Banca centrale.

Eppure quando si parla proprio di loro, delle donne, qualcosa si inceppa. Ancora.

Dalla scelta obbligata di Luisa Spagnoli è passato un secolo. 100 anni, ma ancora nel 2020 la donna è raffigurata più piccola dell’uomo. Lui un lavoratore, lei sua moglie.

Famiglia e Comunicazione: il ruolo della televisione

Gli studiosi di Leadership Femminile e più in generale di antropologia, individuano nella possibilità di accedere all’istruzione il volano per una reale emancipazione delle donne.

Nei secoli, infatti, la donna era “confinata” tra le mura domestiche, ma soprattutto, a lei non veniva data la possibilità di leggere. La scrittura e la lettura necessitano di una struttura di comprensione complessa che non prevede una modalità di acquisizione dei concetti “per contatto” potremmo dire.

In questo modo la società manteneva, attraverso l’esclusivo accesso all’istruzione della sola popolazione maschile, il ruolo centrale dell’uomo lavoratore.

La Televisione, al contrario, non necessita di una tale complessità. Pur con tutti i suoi limiti quella strana scatola animata ha prodotto una democratizzazione dell’istruzione. Pensiamo solo alla narrazione di grandi imprese epiche. Alle pellicole di ispirazione mitologica. Al maestro Manzi.

La donna, grazie alla Televisione, ha avuto accesso a tutta una serie di informazioni e nozioni che prima le erano precluse. In modo prima intuitivo e poi sempre più mediato.

Un ruolo, quello dei media, nella costruzione della società che spesso noi stessi che ci occupiamo di comunicazione, sottovalutiamo.

E allora saranno veramente episodi sporadici e sfuggiti al controllo quei tutorial in cui si insegnava a fare una spesa sexy e simili andati in onda sulle reti della tv pubblica? O, al contrario, sono un segno che stiamo abdicando al ruolo etico che ha la comunicazione?

C’è un unico denominatore in questi episodi: una certa ribellione verso un archetipo di donna che non è solo “sua moglie”. Ma anche Capitano di Impresa, Top Manager, Politico di spicco.

Eppure la presenza delle donne in ruoli apicali è ormai storia. Allora perché non ci prendiamo cura delle parole? Perché quando scriviamo un copy che riguarda le donne o una puntata televisiva non ci assumiamo quel ruolo etico che chi fa comunicazione non può non assumere? E’ ignoranza, sciatteria? Oppure è ribellione, una difficoltà profonda ad accettare un modello di donna che si possa declinare in più e più ruoli?

Famiglia e Comunicazione: il ruolo attivo delle donne

Se nella nostra comunicazione intravediamo una sorta di ribellione quasi atavica cosa fare?

A noi donne, dunque, sta non solo la resilienza, ma anche un maggior coraggio di dissenso.

Si perché noi donne oggi sediamo a molti di quei tavoli in cui vengono ideate campagne di comunicazione piuttosto che programmi tv.

A noi donne sta accompagnare la consapevolezza di quel “lavoratore, di quel padre che guarda speranzoso al futuro” (cfr. cit della campagna rimossa di Confcommercio Lucca e Massa Carrara) che nel sentiero verso il domani non è solo. Accanto a lui c’è una donna che lavora e che è (anche) madre.

A noi donne sta mettere in campo quella capacità di cura che ci è propria anche verso le parole che scriviamo.

L’etica della parola. Che richiamiamo quando siamo difronte ad episodi di violenza verbale, la dobbiamo avere anche quando parliamo delle donne e delle loro responsabilità.

Ad oggi se nei motori di ricerca inseriamo le parole  “famiglia” e “comunicazione” avremo – nelle prime posizioni – solo “Comunicazione in Famiglia” e non “Comunicazione e Famiglia”.

 

Come se il modello di famiglia o delle famiglie non andasse comunicato. Si postula un assunto: esiste un solo modello di famiglia. Modello in cui la donna troppo spesso non è ancora protagonista della narrazione.

Sappiamo che la realtà ad oggi è ben più complessa.

Allora l’augurio per il nuovo anno non può essere quello di stare tutti in salute, ma anche quello di ritrovare la dimensione della cura delle parole. Un’ Etica delle Parole nel pubblico e nel privato.

Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo”. (Buddha)

Buon Anno perchè siamo certi che il bello deve ancora venire…sempre!

Un abbraccio

Erica

#purpleerica